Nessuna negligenza. Indagini di polizia giudiziaria svolte in modo assolutamente corretto, rispettando il protocollo, secondo le dichiarazioni e gli elementi forniti dai denuncianti.

La Commissione disciplinare della Corte di appello di Palermo, presieduta da Fabio Marino,
componenti Paola Marino (consigliere della Corte di appello di Palermo) e Giovanni Pampillonia (primo dirigente della Polizia di Stato presso la Questura di Palermo) ha prosciolto da ogni addebito Rosario Ietro, ispettore superiore s.u.p.s., in servizio al Commissariato di polizia di Licata.

Sono cadute, così, tutte le gravi contestazione mosse all’ufficiale di polizia giudiziaria dal
procuratore della della Repubblica di Agrigento, Luigi Patronaggio.

Secondo l’incolpazione, l’ispettore avrebbe trasmesso la comunicazione della notizia di reato, riguardante dei fatti in cui erano coinvolti dei minorenni, dopo oltre un mese dalla ricezione della querela, senza avere eseguito atti urgenti.

Un’imputazione che è caduta grazie all’articolata attività difensiva svolta dall’avvocato Gioacchino Genchi, difensore dell’ispettore Ietro, che l’ha esposta nel corso dell’udienza.

L’azione disciplinare era iniziata il 23 agosto 2018, a seguito della nota inviata dal procuratore Patronaggio, in cui chiedeva al Procuratore generale di Palermo eventuali “valutazioni di carattere disciplinare” a carico di un poliziotto che si era reso responsabile di un “ingiustificato ritardo nella trasmissione degli atti lamentato dal pm procedente Simona Faga”.

Il caso, dunque, parte della denuncia sporta il primo giugno precedente dai genitori di una
minore al Commissariato di polizia di Licata. All’ispettore Ietro avevano dichiarato che la loro
figlia era vittima di stalking da parte di un ragazzo di circa 18 anni, una persecuzione “consistente nel recarsi nel negozio di proprietà dei denuncianti con fare strafottente e minatorio”.

I genitori della minore, però, “avevano tenuto una condotta omertosa, non denunciando i fatti relativi alle foto pornografiche della minore, né consegnando subito copia delle stesse”.

Solo in un secondo tempo era emerso che la ragazzina sarebbe stata costretta, dietro minaccia, a farsi dello foto delle proprie parti intime e a inviarle al suo stalker, il quale, successivamente, le diffondeva tramite l’applicazione WhatsApp ad un numero indeterminato di persone.

Tuttavia la Procura di Agrigento era giunta alla conclusione che l’ispettore Ietro avrebbe trasmesso la comunicazione della notizia di reato “dopo oltre un mese dalla ricezione della denuncia querela, peraltro dopo aver identificato l’indagato e riferito allo stesso dell’esistenza del procedimento penale in oggetto a suo carico, senza effettuare atti urgenti quale l’acquisizione del cellulare e/o altri supporti informatici potenzialmente utilizzati dal denunciato per diffondere le immagini della minore”.

Anche la velata accusa di avere riferito della denuncia all’indagato si è sciolta come neve al sole. La rappresentazione dei fatti operata dai genitori della minore aveva indotto l’ispettore Ietro a frenare la condotta persecutoria, piuttosto che privilegiare un’attività diretta a impedire l’ulteriore diffusione delle foto pornografiche, che tra l’altro gli erano state intenzionalmente occultate dai denuncianti.

“Per questa ragione soltanto – come scrive la Commissione disciplinare nelle motivazioni – aveva redatto il verbale di identificazione e lo aveva notificato, al fine di indurlo a desistere dalla condotta posta in essere nei confronti dei genitori della minore presso il loro negozio e di prevenire altre liti”.

Riguardo, ancora, il presunto ritardo, l’avvocato Genchi ha dimostrato che l’identificazione dello stalker “era complessa, perché vi erano diverse omonimie tra soggetti di età corrispondente a quella ricavata dalla descrizione dei denuncianti, perché vi erano a tal fine problemi ad accedere all’anagrafe del Comune e perché la precisa età del denunciato era rilevante anche al fine di stabilire a quale organo dovesse essere indirizzata la comunicazione di notizia di reato, se alla Procura dei Minorenni o a quella ordinaria”.

Tutto questo, nonostante i “gravosi impegni concomitanti di indagine e di ufficio che in quel periodo impegnavano l’incolpato”.

Sono bastate queste motivazioni per consentire alla Commissione disciplinare di prosciogliere l’ispettore Rosario Ietro dall’accusa mossagli dalla Procura di Agrigento, “anche in considerazione del fatto che non è stato evidenziato un danno concreto alle indagini”.

La Procura della Repubblica presso il Tribunale dei minorenni, infatti, ha proceduto al sequestro del cellulare del ragazzo oltre sette mesi dopo la trasmissione degli atti dalla Procura della Repubblica di Agrigento, che non aveva nemmeno disposto il sequestro in via d’urgenza, allorquando aveva ricevuto la comunicazione della notizia di reato.

Anche sulla base di questi elementi, oltre che degli eccellenti precedenti disciplinari e di servizio dell’Ispettore, il Questore di Agrigento aveva subito archiviato il procedimento disciplinare, che il Procuratore della Repubblica di Agrigento aveva invece inteso intraprendere nei confronti dell’ufficiale di polizia giudiziaria.

Con la decisione della Corte di appello di Palermo si chiude un incubo per un onesto e qualificato servitore dello Stato, che nella sua carriere ha sempre goduto della stima dei colleghi, dei superiori e dei cittadini, come confermano le sue note di qualifica dei 32 anni di onorato servizio nella Polizia di Stato.