Sono 21 le persone finite in carcere, dieci quelle ristrette ai domiciliari mentre resta un latitante al termine del’operazione Black Lotus dei carabinieri di Catania che ha consentito di sgominare i vertici della mafia targata Santapaola.

Il provvedimento è stato eseguito da oltre duecento Carabinieri del Comando Provinciale di Catania, supportati dai reparti specializzati (Compagnia di Intervento Operativo del XII° Reggimento “Sicilia”, Nuclei Cinofili ed Elicotteri), su tutto il territorio nazionale ed ha riguardato figure apicali e semplici affiliati della famiglia mafiosa “Santapaola- Ercolano” attiva nel capoluogo e con ramificazioni in tutta la provincia etnea, responsabili, a vario titolo, di delitti di associazione di tipo mafioso, estorsione, intestazione fittizia di beni, traffico di stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi ed altri reati.

NOMI E FOTO DEGLI ARRESTATI

L’odierna indagine avrebbe permesso di chiarire l’articolazione della struttura interna della famiglia catanese di “cosa nostra” cristallizzando la presenza di figure verticistiche con ruoli di responsabilità ben definiti.
E’ stato accertato, come già emerso in passato, che l’associazione “Santapaola-Ercolano” è articolata in gruppi territorialmente localizzati, a capo di ciascuno dei quali c’è un “responsabile”, tenuto a dar conto del proprio operato al reggente “pro tempore” dell’intero sodalizio (carica suddivisa tra Francesco Santapaola, Antonio Tomaselli ed Aldo Ercolano negli anni 2015/2016).

L’indagine trae origine da un episodio avvenuto nel marzo 2015 quando un imprenditore denunciava un tentativo di estorsione. A seguito di ciò venivano compiute complesse ed accurate indagini, tradizionali e tecniche, le quali permettevano di accertare la responsabilità degli indagati ritenutiaffiliati del clan Santapaola-Ercolano, consentendo di risalire alla particolare articolazione della famiglia, suddivisa in gruppi radicati ciascuno su una propria zona territoriale di influenza e dotati di una autonomia decisionale ed operativa limitata dall’esigenza di rispondere, per i fatti più importanti, ai vertici del clan.

In particolare l’indagine ha riguardato il gruppo di “San Pietro Clarenza e Barriera” ed il gruppo di “Lineri” operanti nei territori di Camporotondo Etneo, San Pietro Clarenza, Misterbianco e Belpasso, e sono state accertati e contestati oltre trenta episodi di estorsione, sia tentata che consumata, oltre a traffico di stupefacenti ed intestazione fittizia di società.

Le indagini hanno dimostrato, secondo gli investigatori, che il “clan” per affermare la propria esistenza e per assicurarsi una sostanziosa fonte di sostegno economico, ha pianificato e posto in essere nel corso degli anni e sino ad oggi un vasto e capillare sistema di estorsioni per il conseguimento del cui profitto potevano essere commessi anche gravi atti intimidatori, dagli attentati alle attività produttive sino alle aggressioni agli imprenditori.

L’attività d’indagine, rafforzata dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ha permesso di monitorare le imprese vessate che, come in alcuni casi dimostrato, versavano importi che si aggiravano tra i 3.000 ed i 5.000 euro annui a cadenze periodiche. Gli inquirenti ritengono sia stato acclarato che le ingenti somme frutto degli affari illeciti, secondo le direttive dei capi del clan, oltre che essere destinate alle famiglie dei detenuti, venivano anche reinvestite in attività imprenditoriali del settore ludico e dei trasporti, attraverso dei prestanome, così da eludere disposizioni di legge.

Sono oltre 15 le vittime di estorsione (tentata o consumata) che hanno deciso di collaborare con gli inquirenti, con abbattimento del muro di omertà tipico di commercianti ed imprenditori che temono la forza del vincolo associativo.

Questo ha consentito di accertare, con l’utilizzo di tecniche investigative tradizionali e di tecnologia, oltre 30 episodi estorsivi, sia tentati che consumati, posti in essere a nome e nell’interesse del clan “Santapaola- Ercolano”.