Il giorno dopo la strage di via D’Amelio, Giovanni Tinebra, all’epoca procuratore di Caltanissetta, chiese un incontro a Bruno Contrada, che ebbe luogo qualche giorno dopo quando l’ex numero tre del Sisde fece presente al magistrato che non faceva più parte della polizia giudiziaria.

E’ stato lo stesso Contrada ad affermarlo nel corso della sua deposizione, questa mattina, al processo sul depistaggio della strage in cui morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta e che vede imputati l’ex ispettore di polizia Fabrizio Mattei, ora in pensione; Mario Bo, ex funzionario e oggi dirigente della polizia a Gorizia; Michele Ribaudo, agente di polizia.

I tre poliziotti fecero parte del cosiddetto “gruppo investigativo Falcone-Borsellino che si occupò delle indagini sulla strage di via d’Amelio e sono accusati di calunnia aggravata. Contrada, rispondendo con un “no” secco alla domanda dell’avvocato Giuseppe Dacquì, difensore di Natale Gambino, ha fatto presente anche che il Sisde non era in possesso di elementi relativi a eventuali progetti di attentato ai giudici Falcone e Borsellino e neanche del fatto che si stesse avviando una stagione stragista.

Una volta finita la sua deposizione, Contrada si è fermato a parlare con i cronisti e a proposito del falso pentito Vincenzo Scarantino ha ribadito che “dopo mezz’ora di conversazione mi sarei convinto che Scarantino non era un esponente di mafia tale da avere una parte in una strage come quella di Borsellino. Ma non perché io sia più bravo degli altri poliziotti, ma avevo più esperienza e conoscenza sui fatti di mafia. Puntai subito sui Madonia perché Francesco Madonia aveva un covo in via d’Amelio scoperto dalla polizia. Potevano semplicemente affacciarsi e controllare Borsellino mentre andava dalla madre, gli orari, quando entrava e quando usciva”.