La commistione tra mafia e politica, l’appoggio degli ambienti malavitosi per conquistare il voto del maggior numero possibile di elettori.

Nel marzo di quest’anno è stato condannato a 10 anni e 10 mesi per voto di scambio politico-mafioso e corruzione elettorale Giuseppe Bevilacqua, candidato di Cantiere Popolare che per un soffio non entrò al consiglio comunale di Palermo in occasione delle elezioni del 2012.

Adesso, come scrive l’edizione odierna del Giornale di Sicilia, sono state depositate le motivazioni della sentenza. Il collegio della quinta sezione penale del tribunale, presieduto da Donatella Puleo (e composto anche da Salvatore Flaccovio e Marina Minasola) ritiene che Bevilacqua fosse “pienamente consapevole” delle attività illecite che vedevano impegnati i personaggi ai quali si sarebbe rivolto per ottenere i voti, ovvero il boss Calogero Di Stefano, reggente del mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo, Giuseppe Antonio Enea e Natale Giuseppe Gambino, anche loro condannati.

Per i giudici Bevilacqua “ha accettato di essere il candidato dell’associazione mafiosa” per ottenere voti con “una campagna elettorale mediante intimidazioni”.

Bevilacqua, in cambio dei voti, avrebbe promesso di tutto: posti di lavoro, pacchi di pasta, il finanziamento della festa della Marinella.

Nonostante il suo spendersi in ogni modo possibile, Bevilacqua ottenne 1.114 voti, risultando il primo dei non eletti a Palazzo delle Aquile.
Vedendo sfumare il suo ingresso al consiglio comunale di Palermo, avrebbe fatto “illeciti accordi pre-elettorali” con altri personaggi politici come «Roberto Clemente (processato a parte), Antonino Dina, Vincenzo Di Trapani, Francesco Mineo in occasione delle elezioni per il rinnovo dell’Ars di ottobre 2012».

L’obiettivo sarebbe stato quello di far eleggere all’Ars Clemente che in quel caso si sarebbe dimesso dal consiglio comunale dando a Bevilacqua la possibilità di subentrare a lui.
Dina, Mineo e Di Trapani sono stati condannati a 8 mesi.

Si legge ancora nelle motivazioni della sentenza che “Bevilacqua fa capire ai suoi interlocutori (mafiosi, ndr) che la sua elezione sarebbe stato un risultato di squadra, che anche dopo l’elezione sarebbe rimasto ‘a disposizione’; egli compra voti, ma rimane pure obbligato nei confronti di chi lo aiuta, sapendo che, una volta eletto, dovrà sdebitarsi”.

A dare ulteriore evidenza alle risultanze investigative anche le intercettazioni telefoniche che hanno confermato gli accordi illeciti che avrebbero visto protagonisti Bevilacqua da un lato e Clemente, Dina, Di Trapani e Mineo dall’altro.

I candidati all’Ars, visti i numerosi voti ottenuti da Bevilacqua, “hanno richiesto a quest’ultimo di votare per lui e procacciare voti nel loro rispettivo interesse, promettendo in cambio denaro o altre utilità. Bevilacqua accettava tali offerte e prometteva di mettersi a disposizione con la propria segreteria politica per convogliare voti, ‘no al migliore offerente’ ma verso tutti i politici che si rivolgevano a lui, per cercare di guadagnare il più possibile dalla campagna elettorale in corso e pur sapendo che ad un certo punto (possibilmente dopo aver ottenuto qualche vantaggio) qualcuno avrebbe potuto capire il suo gioco”.