• Duro monito del Centro Pio La Torre sulla fallimentare politica per il lavoro in Sicilia.
  • Molti Centri per l’impiego (più della Lombardia) ma tanto personale senza competenze.
  • Mancano perfino i computer.
  • Va peggio col Reddito di cittadinanza: solo 3.131 occupati su 302.032 beneficiari.

La fallimentare politica per il lavoro in Sicilia è certificata da in un’impietosa analisi della Corte dei conti: nell’Isola ci sono più strutture che in Lombardia e con una dotazione organica ricca di persone senza specifiche competenze e strumenti informatici. Di contro la Regione paga per questi uffici poco meno di un milione e mezzo di euro l’anno, contro gli oltre 61 milioni del Lazio. Va peggio con il Reddito di cittadinanza, in pochi trovano occupazione.

Il monito del Centro Pio La Torre

“Se nell’analisi si considerano le sole strutture principali – spiega il vicepresidente del Centro Pio La Torre, Franco Garufi – la diffusione dei CPI è maggiore in Sicilia (con 68 organismi operativi), seguono la Lombardia ( 63), l’Emilia Romagna e la Toscana ( 47)”. La Sicilia ha articolato il suo sistema in 9 Servizi provinciali Cpi e in diversi Centri territoriali afferenti ai rispettivi Servizi provinciali.

La nostra è anche la regione con la maggiore dotazione di organico: con i suoi 2.364 operatori – compresi 429 navigator – raccoglie più del 20% del totale del personale impiegato sull’intero territorio nazionale (10.895 addetti), seguita dalla Lombardia con 1.063 operatori (9,77%) dislocati su 82 sedi e dal Lazio con 996 addetti (9,15 %) effettivi presso 47 Centri”.

“Mancano pure i pc”

“La dotazione informatica delle strutture appare del tutto insufficiente. Meno di metà degli operatori siciliani utilizza una dotazione informatica; di essi solo 1.074 hanno un PC; le stampanti sono in numero esiguo, appena 277.

Va peggio col Reddito di cittadinanza

“La Sicilia – sottolinea Garufi – è stata insieme alla Campania tra le principali beneficiarie della misura”. Al 28 febbraio 2021 nell’Isola i soggetti beneficiari del RdC potenzialmente tenuti alla stipula del patto personale di lavoro (PPL) ammontavano a 316.893. A questo numero vanno sottratti 4.504 soggetti esclusi, 6.210 esonerati, 4.147 rinviati al patto di inclusione. Restavano “Work Ready”, cioè in condizione di entrare utilmente nel mercato del lavoro 302.032 beneficiari, donne ed uomini.

“I piani personali di accompagnamento al lavoro sono stati però solo 3.131. A dimostrazione del fatto che una misura utile e necessaria per combattere la povertà e l’esclusione sociale e che va difesa dagli attacchi pesantissimi che sta subendo da parte del Centro destra e di Matteo Renzi – va tuttavia meglio definita, innanzitutto intervenendo con una modifica legislativa che separi nettamente le misure di presa in carico e di sostegno al reddito di ultima istanza, dalle politiche attive del lavoro che devono invece trovare una strumentazione più adeguata nel coordinamento tra Governo centrale e regioni e con un ruolo nuovo dell’ANPAL (commissariata e riportata all’interno della struttura ministeriale), come anche la delibera della Corte dei Conti evidenzia aldilà di ogni dubbio”, conclude Garufi.