Il Dipartimento di Scienze Economiche, Aziendali e Statistiche dell’Università di Palermo cambia e amplia la propria offerta formativa puntando su internazionalizzazione, rapporti con il sistema produttivo e formazione imprenditoriale. Nuovi percorsi in lingua inglese, studenti provenienti da Paesi diversi, attenzione alle PMI e all’impresa artigiana, ma anche startup, intelligenza artificiale e apertura verso i mercati internazionali. A raccontare la direzione intrapresa dal DSEAS è il suo direttore, Marcantonio Ruisi, ospite di Talk Sicilia. Al centro dell’intervista c’è un’idea precisa: utilizzare l’università non soltanto per trasferire conoscenze, ma per creare relazioni tra giovani, territori e imprese capaci di continuare anche dopo la laurea.

La cooperazione internazionale che parte dai giovani

Professore Ruisi, sembra emergere un modo diverso di concepire la formazione universitaria. L’orizzonte è sempre più internazionale e, in particolare, euromediterraneo. È questa la sfida?

«Sì. In passato abbiamo parlato molto di cooperazione internazionale e di collaborazioni tra Paesi, spesso però immaginate dall’alto, affidando alle istituzioni il compito di costruire i rapporti. Noi stiamo provando a partire da un’altra prospettiva. Se vogliamo creare una cooperazione che favorisca realmente un sistema di scambi sociali ed economici capace di produrre stabilità e pace, dobbiamo cominciare dai ragazzi. Dobbiamo mettere insieme nelle nostre aule giovani provenienti da diversi Paesi del Mediterraneo e farli lavorare insieme su progetti e ipotesi concrete».

Cosa può cambiare mettendo insieme studenti con provenienze e culture differenti?

«Si abituano a lavorare insieme, a sviluppare fiducia reciproca e a costruire progetti attraverso un approccio che sia davvero il risultato dell’incontro tra modelli culturali diversi. Il progetto che nasce in questo contesto è già, per sua natura, multiculturale e transnazionale. E noi crediamo che questi ragazzi, dopo aver studiato e lavorato insieme per alcuni anni, continueranno a cercarsi anche quando saranno tornati nei rispettivi Paesi».

È come costruire oggi una rete professionale che potrà funzionare domani.

«Esattamente. Potranno creare opportunità, individuare linee di finanziamento, costruire attività comuni. Il capitale umano e relazionale sviluppato durante gli anni universitari può continuare a produrre effetti successivamente e contribuire allo sviluppo concreto dei territori».

I nuovi percorsi internazionali del DSEAS

Questa strategia passa anche attraverso la nuova offerta formativa. Quali sono le principali novità?

«Abbiamo voluto offrire ai giovani nuove opportunità proprio a partire dall’anno accademico che sta iniziando. Uno degli assi è quello della cooperazione internazionale e dello sviluppo, con una forte presenza di insegnamenti in lingua inglese e un’apertura verso studenti di diversa provenienza. Poi c’è il percorso internazionale nell’ambito di Economia e Finanza, che si affianca ai percorsi tradizionali e guarda alla conoscenza dei mercati esteri, alle opportunità di internazionalizzazione e alle dinamiche della finanza internazionale».

C’è anche una forte attenzione alla finanza digitale.

«È inevitabile. Oggi la finanza internazionale è strettamente collegata ai temi del fintech, della digitalizzazione e delle trasformazioni tecnologiche che stanno modificando i mercati. La richiesta di percorsi di questo genere è arrivata anche dai ragazzi. Molti studenti delle scuole superiori hanno già avuto esperienze formative all’estero e ci chiedevano la possibilità di proseguire con una laurea che avesse un forte contenuto internazionale e insegnamenti in inglese».

Professori con esperienze internazionali

Per costruire corsi internazionali occorre anche cambiare, almeno in parte, il corpo docente.

«Negli ultimi anni abbiamo reclutato giovani professori e ricercatori con una forte esperienza internazionale. Alcuni sono nostri ragazzi che hanno svolto una parte rilevante della formazione scientifica all’estero, attraverso dottorati e percorsi internazionali; altri sono professori stranieri che sono entrati stabilmente nel nostro Dipartimento. Questo ci ha consentito di costruire un’offerta formativa maggiormente aperta al mondo dell’economia e della finanza internazionale».

Il DSEAS aveva già sperimentato percorsi di internazionalizzazione nelle lauree magistrali.

«Sì. Abbiamo, per esempio, un’esperienza consolidata nell’ambito degli studi sul turismo con la Florida International University di Miami. Ci sono docenti che vengono a insegnare a Palermo e studenti che possono svolgere parte del proprio percorso negli Stati Uniti. Anche altri corsi magistrali nelle scienze statistiche, economico-aziendali ed economico-finanziarie prevedono ormai insegnamenti e percorsi in lingua inglese».

Una laurea dedicata all’impresa artigiana e alle PMI

La grande novità di quest’anno è però una nuova laurea magistrale che guarda direttamente al tessuto produttivo.

«Abbiamo lanciato la nuova laurea magistrale in Economia e Management delle Imprese Artigiane e delle PMI, una novità nel panorama italiano. Siamo partiti da una considerazione: dobbiamo valorizzare maggiormente i saperi dell’artigianato locale e le competenze che costituiscono una parte fondamentale del nostro sistema produttivo. In Sicilia significa anche lavorare sul Made in Sicily, sulle produzioni locali e su competenze che possono avere capacità di crescita e di proiezione verso i mercati internazionali».

Quindi non conservare semplicemente una tradizione, ma trasformarla in un fattore di crescita.

«Esattamente. Una parola che utilizzo spesso è glocalismo: partire dalle produzioni, dalle competenze e dai saperi locali per realizzare prodotti e servizi capaci di rispondere a una domanda globale. Su questo abbiamo ancora molto lavoro da fare. Il piano di studi tiene conto della necessità per l’impresa artigiana di consolidare i propri saperi, esportarli e costruire produzioni capaci di penetrare nei mercati internazionali».

Dal Made in Sicily ai mercati internazionali

La sfida, quindi, è duplice: proteggere un patrimonio di competenze e contemporaneamente renderlo globale.

«In Sicilia abbiamo aziende delle quali, a livello locale, non sempre abbiamo piena consapevolezza e che invece sono leader sui mercati internazionali per determinate produzioni. Ci sono imprese che esportano praticamente l’intera produzione e che riescono a ottenere margini importanti sui mercati esteri. Sono testimonianze molto interessanti per tutto il sistema delle nostre produzioni artigianali. Parliamo di settori molto diversi: dall’agroalimentare ai servizi turistici, dal manifatturiero alla trasformazione alimentare e al design».

Per competere, però, non basta avere un ottimo prodotto.

«Naturalmente. Occorre comprendere tutta la filiera, sapere governare la value chain, conoscere i mercati e gli strumenti di gestione dell’impresa. E bisogna comprendere anche l’impatto che l’intelligenza artificiale e i nuovi modelli di AI possono avere dentro l’azienda».

Formare manager ma anche imprenditori

Qui cambia anche il ruolo dell’università. Non si formano soltanto i manager delle imprese esistenti, ma potenzialmente anche gli imprenditori di domani.

«Nel nuovo corso magistrale abbiamo inserito proprio insegnamenti collegati all’imprenditorialità e allo sviluppo della PMI. È un tema sul quale lavoriamo già da tempo. Nel corso di laurea magistrale in Scienze economico-aziendali abbiamo introdotto un curriculum in inglese dedicato a Entrepreneurship and Management. Ci siamo resi conto che la formazione di un manager e quella di un imprenditore non necessariamente coincidono».

In che cosa consiste la differenza?

«Non tutti i nostri studenti daranno vita a una startup, naturalmente. Ma studiare i modelli di business dal punto di vista dell’imprenditore, comprendere la responsabilità che un imprenditore assume e sviluppare una visione complessiva dell’azienda costruisce una forma mentis che ha un valore molto elevato anche per chi farà successivamente il manager. Nel nuovo corso dedicato alle imprese artigiane e alle PMI vogliamo portare questo approccio ancora più avanti».

Artigianato, innovazione e intelligenza artificiale

L’impresa artigiana può quindi essere anche un luogo di innovazione?

«Assolutamente. Dobbiamo superare l’idea che artigianato significhi semplicemente conservazione del passato. L’impresa artigiana può essere un motore di sviluppo dell’innovazione e del sapere. Quei saperi devono essere valorizzati anche attraverso la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale. E c’è un’altra caratteristica importante: chi lavora in una piccola impresa o in un’impresa artigiana spesso condivide direttamente con l’imprenditore le principali decisioni di sviluppo dell’azienda. È quindi un contesto particolarmente interessante anche dal punto di vista formativo».

Il rapporto tra università e territorio

Questo significa anche portare maggiormente l’università fuori dalle proprie aule e dentro il territorio e il sistema produttivo.

«È un percorso sul quale lavoriamo da tempo. L’università può essere un vero attore di promozione imprenditoriale del territorio. Una delle esperienze che abbiamo costruito in questi anni è la Start Cup Palermo, la business plan competition che raccoglie idee imprenditoriali provenienti dai dipartimenti e dai laboratori di ricerca dell’università».

Un’esperienza che ormai ha una storia lunga.

«Sì. Docenti e studenti possono proporre idee imprenditoriali che vengono valutate da una giuria. I progetti selezionati vengono accompagnati nello sviluppo del business plan e possono accedere a premi e successivamente al confronto nazionale con il mondo degli investitori. Nel tempo alcuni docenti e studenti hanno dato vita a imprese che sono ancora presenti sul mercato. È uno degli strumenti attraverso cui possiamo favorire il trasferimento tecnologico, portando ciò che nasce nei laboratori verso il mercato. Adesso stiamo cercando di portare questa cultura sempre più anche all’interno dei corsi e delle aule».

Produzione e università sempre più vicine

Se dovessimo riassumere questa nuova offerta, quali sono i percorsi sui quali volete richiamare l’attenzione dei ragazzi?

«Abbiamo rafforzato i percorsi internazionali legati all’economia, alla finanza e alla cooperazione internazionale e abbiamo introdotto la nuova laurea magistrale in Economia e Management delle Imprese Artigiane e delle PMI. Quest’ultima nasce anche attraverso il rapporto con Confartigianato, con le associazioni datoriali, le Camere di Commercio e il sistema imprenditoriale, proprio perché vogliamo costruire una formazione che risponda alle reali esigenze del mercato del lavoro».

È un modo per fare entrare il sistema produttivo nelle aule e contemporaneamente portare le aule dentro il sistema produttivo.

«Sì, ma per realizzare tutto questo abbiamo soprattutto bisogno dei ragazzi, di giovani che vogliano realmente investire sul proprio futuro e sullo sviluppo del territorio. Una parte del loro percorso potrà svolgersi all’estero, attraverso tirocini, Erasmus, programmi di mobilità e doppi titoli. L’università può aprire questa strada. Abbiamo però bisogno di ragazzi che decidano di percorrerla e di investire sul proprio futuro insieme a noi».