Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
“Quando la guerra diventa un rumore di fondo, il pericolo più grande non è soltanto la violenza di chi aggredisce, ma l’indifferenza di chi potrebbe comprenderla.” a.p.
«Non sono affari suoi». Ci sono parole che, per la loro apparente semplicità, rivelano una concezione del mondo. Non sono soltanto una risposta sprezzante, né una manifestazione di arroganza diplomatica. Sono, prima ancora, la dichiarazione di un principio: esisterebbero fatti che riguardano alcuni e non altri, aggressioni che dovrebbero restare confinate entro i limiti geografici stabiliti dall’aggressore, diritti che cesserebbero di essere universali nel momento in cui diventano scomodi da difendere.
È questo il punto sul quale dovremmo fermarci a riflettere. Non tanto sull’insolenza di una portavoce del Cremlino nei confronti della presidente del Consiglio italiana, quanto sull’idea che quella frase sottintende. Perché se l’invasione di un Paese sovrano non riguarda l’Europa, allora bisogna domandarsi che cosa riguardi davvero l’Europa. Se la libertà di un popolo è una questione interna, se il confine tra aggressore e aggredito è una convenzione negoziabile, se la sovranità vale soltanto finché non disturba le ambizioni di una potenza militare, allora non siamo più davanti a una semplice divergenza diplomatica. Siamo davanti a una crisi del nostro stesso modo di intendere la convivenza internazionale.
Intanto, in Ucraina, la guerra continua a divorare vite. I missili russi colpiscono città, infrastrutture e abitazioni; i civili pagano un prezzo che nessuna formula strategica, nessun comunicato ufficiale, nessuna trattativa tra uomini di Stato potrà mai rendere astratto. Ogni volta che un edificio viene distrutto, ogni volta che una famiglia perde la propria casa, la guerra torna a essere ciò che troppo spesso dimentichiamo: non una partita giocata sulle mappe degli strateghi, ma una ferita aperta nella vita delle persone.
Eppure, a forza di assistervi, rischiamo di abituarci. Le immagini scorrono, i bollettini si ripetono, le cifre crescono e la coscienza collettiva impara a convivere con l’intollerabile. È una forma di assuefazione che dovrebbe spaventarci almeno quanto le armi. Perché il male politico non si afferma soltanto quando qualcuno decide di compierlo. Si afferma anche quando gli altri, poco alla volta, smettono di riconoscerlo come tale.
A rendere più inquietante questo scenario è il mutamento degli equilibri internazionali e il comportamento degli Stati Uniti. Le aperture di Donald Trump verso Vladimir Putin e la prospettiva di un accordo tra Washington e Mosca alimentano in Europa una domanda che non possiamo eludere: quale posto rimane all’Ucraina, e quale posto rimane agli europei, in un negoziato nel quale le grandi potenze possono essere tentate di decidere il destino dei più deboli senza di loro?
La pace è un bene supremo. Ma proprio perché lo è, non può essere confusa con la semplice cessazione dei combattimenti, né può diventare il nome rassicurante di una resa imposta. Una pace che ignori la volontà degli aggrediti rischia di trasformare la forza in diritto; una trattativa che premi l’invasione rischia di insegnare a tutti che basta resistere abbastanza a lungo, distruggere abbastanza, uccidere abbastanza, perché il mondo finisca per riconoscere come inevitabile ciò che all’inizio aveva condannato.
Non significa rifiutare il negoziato. Significa chiedersi su quali condizioni esso debba fondarsi, quali garanzie debbano accompagnarlo e chi debba parteciparvi. Significa ricordare che la diplomazia non è l’arte di cancellare le responsabilità, ma quella di costruire un ordine nel quale la forza non sia l’unico argomento riconosciuto.
Ed è qui che si misura la responsabilità europea.
Per troppo tempo abbiamo coltivato l’illusione che la storia avesse imboccato una strada irreversibile, che il commercio avrebbe reso impossibili le guerre, che la prosperità avrebbe lentamente dissolto le ambizioni imperiali, che la democrazia fosse ormai un approdo stabile e non una conquista da difendere ogni giorno. Abbiamo scambiato una lunga stagione di pace relativa per una legge della natura. Abbiamo creduto che il continente potesse rinunciare alla durezza della politica senza perdere la capacità di proteggere i propri valori.
La guerra in Ucraina ha infranto questa illusione. Ma la frattura non riguarda soltanto i rapporti con Mosca. Riguarda l’identità stessa dell’Unione europea, chiamata a scegliere se essere una comunità politica capace di assumersi responsabilità oppure un grande mercato che si scopre impotente ogni volta che la storia bussa alla porta.
Difendere l’Ucraina non significa desiderare la guerra. Parlare di difesa non equivale a invocare il conflitto. Prepararsi a proteggere la pace non è la stessa cosa che rinunciare alla diplomazia. Sono distinzioni elementari, e tuttavia sembrano diventate difficili da sostenere nel dibattito pubblico, dove ogni richiamo alla sicurezza viene talvolta liquidato come militarismo e ogni esitazione viene presentata come saggezza.
La questione, naturalmente, merita un confronto serio. Le risorse destinate alla difesa hanno costi economici e sociali; le scelte militari devono essere sottoposte al controllo democratico; ogni decisione che possa prolungare il conflitto deve essere valutata alla luce dei suoi rischi. Nessuna politica di sicurezza può essere sottratta alla discussione. Ma discutere non significa rimuovere il problema, così come dubitare delle soluzioni proposte non significa fingere che il pericolo non esista.
Ciò che inquieta è un’altra cosa: la facilità con cui una parte del dibattito pubblico sembra attribuire alle democrazie occidentali la responsabilità principale di una guerra iniziata con l’invasione russa, mentre considera quasi un dettaglio la libertà di scelta del popolo ucraino. Come se il problema fosse soprattutto la reazione dell’aggredito e non la decisione dell’aggressore. Come se il modo migliore per evitare una guerra fosse convincere chi la subisce a non difendersi.
È un rovesciamento della prospettiva che merita di essere discusso senza caricature, ma anche senza indulgenza verso le semplificazioni. Esistono pacifismi autentici, animati da una sincera ripugnanza per la violenza; esistono critiche legittime alle strategie occidentali; esistono timori comprensibili per un’escalation. Ma esiste anche il rischio che il desiderio di non vedere la guerra finisca per tradursi nel desiderio di non vedere chi l’ha provocata. E che la prudenza, quando si sottrae al confronto con la realtà, diventi una forma involontaria di abbandono.
Non è necessario condividere ogni scelta dei governi europei per riconoscere che la sicurezza dell’Ucraina riguarda anche la sicurezza del continente. Non è necessario approvare ogni spesa militare per comprendere che una pace durevole richiede deterrenza, garanzie e capacità di difesa. E non è necessario rinunciare all’ideale pacifista per ammettere che la pace, nella storia, non è sempre stata preservata dalla sola buona volontà.
Il vero dramma è che l’Europa sembra oscillare tra la consapevolezza del pericolo e la tentazione di sottrarsi alle sue conseguenze. Sa che il mondo è cambiato, ma fatica a comportarsi di conseguenza. Comprende che la propria libertà non è garantita per sempre, ma continua a sperare che siano altri a sostenerne il costo. Vorrebbe essere una potenza normativa senza dover diventare una potenza politica; vorrebbe che il diritto internazionale fosse rispettato senza dover affrontare le circostanze nelle quali viene violato.
È una contraddizione che non può durare all’infinito.
C’è una pagina della letteratura del Novecento che torna alla mente. Nel Signore delle mosche di William Golding, un gruppo di ragazzi naufraghi su un’isola perde progressivamente il senso delle regole che lo tenevano unito. La paura, la rivalità e il desiderio di dominio finiscono per prevalere sulla responsabilità comune. Il gruppo si divide, la razionalità arretra, la convivenza si disgrega. Il fuoco, che dovrebbe mantenerli visibili ai soccorritori, viene trascurato; l’attenzione si sposta sulla caccia, sul potere immediato, sulla soddisfazione degli istinti.
La forza di quella parabola sta nel suo significato politico. Una comunità può smarrirsi non soltanto perché viene sopraffatta da un nemico, ma perché perde la capacità di distinguere ciò che è essenziale da ciò che è accessorio. Può dimenticare il pericolo comune mentre si divide sulle rivalità interne. Può spegnere il fuoco che dovrebbe salvarla e continuare, nondimeno, a comportarsi come se il salvataggio fosse assicurato.
L’Europa, naturalmente, non è un’isola e i suoi cittadini non sono i ragazzi di Golding. Ma la metafora ci riguarda. Il nostro fuoco è fatto di istituzioni, alleanze, diritto, solidarietà e consapevolezza storica. Tenerlo acceso significa riconoscere che la libertà di un Paese europeo non è un fastidio diplomatico, che la sicurezza non è una concessione americana, che il destino del continente non può essere affidato per intero alle intese tra Washington e Mosca.
E significa, soprattutto, non confondere la discussione sulle nostre responsabilità con la rimozione di quelle altrui.
Non so se siamo entrati in una stagione più buia di quanto avessimo immaginato. So che sarebbe un errore considerare inevitabile il buio. Le democrazie dispongono ancora di strumenti politici, economici e diplomatici; i cittadini conservano il diritto di contestare i propri governi; il dissenso resta una risorsa, non una colpa. Ma proprio per questo dobbiamo pretendere che il dissenso sia all’altezza della complessità del momento e che il pacifismo non si riduca a una formula capace di rassicurare le coscienze senza interrogare la realtà.
La domanda, alla fine, è semplice e terribile: che cosa siamo disposti a difendere, quando difendere qualcosa diventa difficile?
Se la risposta è la libertà, dobbiamo accettare che essa comporti responsabilità. Se la risposta è la pace, dobbiamo chiederci quale pace vogliamo e a quale prezzo. Se la risposta è l’Europa, dobbiamo finalmente comprendere che essa non è soltanto una geografia, una moneta o una somma di interessi nazionali, ma una promessa politica che può sopravvivere soltanto se i suoi cittadini sono disposti a riconoscerla come propria.
Il fuoco non si tiene acceso per amore delle fiamme. Lo si tiene acceso perché qualcuno, da lontano, possa vederlo e sapere che non è stato abbandonato.
E mentre in Ucraina si continua a morire, mentre le grandi potenze discutono i confini della propria convenienza e noi ci dividiamo sul significato della parola difesa, dovremmo ricordare una verità elementare: il contrario della guerra non è l’indifferenza. Il contrario della guerra è una pace che non consegni la libertà alla forza.
Tutto il resto è soltanto il rumore di chi, sull’isola, ha smesso di guardare il mare.
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